Amazon, vendita di distruzione di massa

Amazon, distruzione di massa di tutti gli articoli nuovi di pacca – centinaia di migliaia – che non vengono venduti abbastanza velocemente. L’obsolescenza programmata, al confronto, è acqua fresca.  Amazon è già noto perché lavorare lì – dice chi l’ha provato – è come andare in galera. E’ già noto per l’impatto ambientale dei suoi monumentali e sproporzionati imballaggi (foto). Ora Le Monde scopre che c’è anche altro. E peggiore.

In tre mesi, il solo deposito Amazon di Chalon-sur-Saône, il più piccolo dei cinque situati in Francia, ha distrutto circa 300.000 articoli che avevano un unico difetto: non sono stati venduti abbastanza in fretta. Materie prime estratte invano. Energia dissipata. Inquinamento ed effetto serra causati senza scopo né frutto alcuno.

La distruzione di massa nasce dal fatto che Amazon non propone in vendita articoli di sua proprietà, ma articoli dei suoi venditori, situati spesso in Cina, che devono pagare costi crescenti nel tempo per lo stoccaggio nei magazzini Amazon: 26 euro al metro quadrato all’inizio, 500 euro al metro quadrato dopo sei mesi, 1000 euro al metro quadrato dopo un anno.

Piuttosto che pagare queste cifre, piuttosto che pagare per farsi rispedire la roba, i venditori ordinano ad un costo irrisorio la distruzione della merce. E Amazon distrugge.

Eppure si pensa che l’impatto ambientale degli acquisti su Amazon sia uguale a quello degli acquisti tradizionali. Qualcuno magari pensa ancora che sia addirittura inferiore. Ah, la mitologia della Giga Economy!

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