Perché gli insetti spariscono e perché dobbiamo preoccuparci

La massa complessiva degli insetti che popolano il pianeta diminuisce del 2,5% all’anno. Di questo passo fra un secolo non ne resteranno più. Lo dice un saggio appena pubblicato dalla rivista scientifica Biological Conservation.

Gli insetti sono mattoni fondamentali nella cattedrale di esseri viventi che popola la terra. Se gli insetti spariscono, rane, pettirossi e tanti altri animali non trovano nulla da mangiare: e spariscono anche loro. Se le rane spariscono, gli aironi non trovano più da mangiare. Eccetera, in quella complicata ragnatela di relazioni e di interdipendenze che attraversa le specie e arriva all’uomo.

La silenziosa opera degli insetti impollinatori (api, bombi, farfalle e tanti altri) è essenziale per l’agricoltura. Stringi stringi, se non ci sono gli insetti, niente frutta e verdura.

Eppure il saggio su Biological Conservation (o meglio il suo abstract: il testo completo è a pagamento) cita per prima proprio l’agricoltura fra le cause della sparizione degli insetti: la distruzione di habitat dovuta alle colture intensive, l’uso di pesticidi e sostanze chimiche nei campi.

Il saggio dice che il 40% delle specie di insetti potrebbe estinguersi nel giro di pochi decenni. Che gli insetti legati all’acqua, tipo libellule,hanno subito le perdite maggiori. Ovvio, aggiungiamo, dato che ogni veleno sparso nei campi viene dilavato dalla pioggia e finisce in uno stagno o in un ruscello.

A seguire,  fra gli insetti che hanno subito le perdite maggiori lo studio cita farfalle, imenotteri (api, bombi…) e coleotteri: non solo le specie già in passato rare o che abitano in nicchie ecologiche particolari e ristrette, ma anche le specie fino a poco tempo fa comuni in molti ambienti. Segnala inoltre che alcune specie di insetti “di bocca buona”, che non hanno bisogno di ambienti particolari ma che sono in grado di adattarsi praticamente a tutto vanno in controtendenza: il numero degli individui aumenta, pur senza compensare il declino generale.

Il saggio su Ecological Conservation dà finalmente dignità scientifica a ciò che chi ha occhi per vedere e un tot di primavere alle spalle già sapeva benissimo: la primavera silenziosa degli Anni 60 era nulla rispetto a quanto sta accadendo ora.

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