Greta Thunberg, ovvero “il re è nudo” e relative domande

Greta Thunberg, nella sua campagna per risolvere la crisi climatica che ha portato in piazza milioni di ragazzini, dice poi solo che il re è nudo. Scusate se è poco, per certi versi.

Ma per altri versi credo che sia necessario provare a grattare oltre la vernice. Porsi delle domande non significa mettere in dubbio la bontà della causa né la buonafede personale di chi la conduce o vi aderisce.

Detto questo: quante probabilità ci sono che una ragazzina con un cartello – tutto è cominciato così, dicono i media – inneschi da sola un movimento globale?

Le probabilità che questo avvenga sono pari alle probabilità che ha un bambino nero, nato in un ghetto e in una famiglia poverissima, di diventare presidente degli Stati Uniti: teoricamente è possibile; in pratica non è mai successo. Barack Obama, per inciso, è figlio di intellettuali, non è nato in un ghetto, ha frequentato le migliori scuole e sua madre era bianca. Anzi: sostenere che tutti hanno pari opportunità e che il successo dipende solo dall’impegno individuale – non dal contesto – è un mito del liberismo e della società delle diseguaglianze.

La mia generazione, quando avevamo vent’anni e anche meno, mutatis mutandis ha issato tanti cartelli di protesta. Ha riempito le piazze e ha sposato tante nobili cause. I mass media di norma non ci srotolavano il tappeto rosso davanti.

Tutti i giorni c’è qualcuno che da qualche parte protesta con un cartello per la più nobile delle cause, e nessuno lo considera minimamente.

D’altro canto, le ricostruzioni dietrologiche su Greta Thunberg che si leggono in giro – il libro della madre, la startup “We don’t have time” – mi paiono debolucce.

Non c’è un giudizio, alla fine di queste considerazioni. Gli interrogativi restano. Resta anche il fatto che il re è nudo, e questa ragazzina si limita poi solo a dirlo.

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