Il Papa verde e i petrolieri che si impegnano a (far) pagare le emissioni

Il Papa oggi ha incontrato a porte chiuse e in gran segreto i rappresentanti delle compagnie petrolifere. Non è stato diffuso l’elenco dei presenti, che hanno ricevuto una bella strigliata sulla gravità della crisi climatica innescata dalle emissioni di anidride carbonica, ovvero dall’impiego dei combustibili fossili: carbone, petrolio, gas.

In risposta, le maggiori compagnie petrolifere mondiali hanno diffuso un comunicato stampa congiunto in cui si impegnano ad appoggiare regimi di tariffazione del carbonio “economicamente significativi” come strumento per ridurre le emissioni. I governi, dicono i petrolieri, dovrebbero fissare prezzi del carbonio tali da incoraggiare le imprese e gli investimenti,  ridurre i costi per le comunità vulnerabili e sostenere la crescita economica. In pratica, la botte piena e la moglie ubriaca.

“Tariffazione del carbonio” significa “far pagare le emissioni di anidride carbonica”. Vari Paesi lo stanno già facendo, compresa l’Unione Europea. Non per questo la crisi climatica accenna a risolversi, anche se magari – chi lo sa – senza queste iniziative la situazione sarebbe addirittura peggiore.

Non si può dire che il Papa abbia convertito i petrolieri. La categoria si è già espressa a favore della tariffazione del carbonio. La BP addirittura lo chiede sul suo sito internet, e non solo per i combustibili fossili: per tutti i settori dell’economia.

I petrolieri non sono masochisti. Il vero punto della faccenda è stabilire chi, e come, paga le emissioni. Esistono due tipi fondamentali di tariffazione del carbonio.

Il primo è il sistema ETS (lo adotta l’Unione Europea), che fissa un limite massimo di emissioni e consente alle imprese con basse emissioni di vendere alle imprese con alte emissioni le quote di emissioni inutilizzate. La fissazione del prezzo delle quote di emissione è lasciato al mercato.

Il secondo sistema è la carbon tax, che istituisce un prezzo fisso per le emissioni senza fissare un tetto massimo di emissioni e senza permettere la compravendita delle quote.

I petrolieri si schierano per la carbon tax. Nel loro comunicato stampa si parla infatti di prezzo fissato dai governi: non – per una volta – di prezzo fissato dal mercato.

La carbon tax si ripercuote direttamente sulla gente comune. Comporta una (ulteriore) tassazione, ad esempio, della benzina e del gas usato per riscaldare la casa.

I maggiori introiti per il fisco, se ben spesi, possono compensare i maggiori esborsi sostenuti dalla gente comune e anzi tradursi in vantaggi per la collettività. C’è però il rischio concreto che le cose vadano diversamente. Proprio una carbon tax ha scatenato la collera dei gilets jaunes in Francia: gli introiti sono genericamente finiti nella fiscalità generale e sono stati in parte stanziati per finanziare una riduzione delle tasse alle imprese  con lo scopo di “stimolare la competitività e l’occupazione”.

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