Verso un magro raccolto. Mais, dissesto climatico e prezzo del cibo

Il dissesto climatico presenta il conto. Il prezzo del mais è aumentato del 7% nell’ultima settimana, dal momento che continua a piovere troppo per effettuare le semine in parte degli Stati Uniti. Gli USA sono il terzo produttore mondiale di mais e secondo le previsioni il loro raccolto 2019 sarà del 9% inferiore a quello dell’anno scorso.

In Europa il mais serve soprattutto per allevare bestiame e produrre biocarburante. Tuttavia il mais è l’alimento-base per il 19,5% della popolazione mondiale: praticamente, una persona su cinque. Viene consumato quotidianamente in luoghi come il Messico e parte dell’Africa: Paesi che non brillano per ricchezza, dove il rincaro di ciò che equivale al pane quotidiano può mettere in seria difficoltà tante persone.

Il tempo dirà se effetti del genere si produrranno. Per il momento sono aumentati i nuvoloni neri – metaforici e non – che già il mese scorso incombevano sul raccolto di mais negli Stati Uniti. Di regola, il 90% del mais viene seminato entro il 20 maggio perché più si tarda, più le rese diminuiscono. Quest’anno invece al 31 maggio era seminato solo il 58%.

Il passare dei giorni non ha portato con sé un decisivo recupero. Anzi. La mappa “fotografa” le semine del mais già effettuate – e siamo in giugno! –  nella “corn belt”, la zona degli Stati Uniti dove il mais è la coltura dominante.

E’ ricavabile dal Farm Journal e discende dai dati resi pubblici all’inizio della settimana dal Dipartimento dell’Agricoltura. Nell’Ohio è stato seminato solo il 50% del mais. Nel Michigan, il 63%. Nel Sud Dakota, il 64%.

 

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