Pesca eccessiva. I dati sul declino delle 500 specie più commercializzate

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La pesca eccessiva sta lasciando il segno. E che segno. E’ fresca di stampa una ricerca, la prima di questo genere, che valuta la consistenza delle popolazioni di quasi 500 specie di pesci e invertebrati marini presenti nelle oltre 1300  zone di pesca principali che sostanzialmente tappezzano i mari di tutto il globo. L’ha pubblicata il periodico Estuarine, Costal and Shelf Science del prestigioso editore scientifico Elsevier.

La ricerca riguarda solo  la biomassa complessiva, cioè il peso della popolazione di pesci e invertebrati che vive in un dato luogo soggetto a pesca. A sua volta, il calcolo della biomassa riguarda solo 483 specie sfruttate dal punto di vista commerciale.

Conclusioni:  l’82% di queste popolazioni ha una biomassa inferiore a quella necessaria per sopportare la pesca sostenibile più intensa. In particolare, 87 popolazioni sono davvero in cattive condizioni: la loro biomassa è pari soltanto al 20%  di quella che permetterebbe la pesca sostenibile più intensa.

Va da sé che più queste popolazioni ittiche depauperate sono oggetto di pesca eccessiva, più le catture si riducono. Eventuali aumenti dati dal fatto che si pesca in modo più intenso e per periodi più lunghi non possono che essere effimeri fuochi di paglia.

Gli scienziati hanno stimato la biomassa delle popolazioni oggetto di pesca applicando modelli computerizzati ai dati globali sulle catture ricostruiti per il periodo 1950-2014 da Sea Around Us, un’iniziativa di ricerca delle University of British Columbia e University of Western Australia.

Nei mari di tutto il mondo esistono alcune eccezioni al declino della biomassa delle popolazioni di pesci e invertebrati che sono oggetto di pesca. Non sono però tali da modificare il trend complessivo. Una di queste eccezioni riguarda il Pacifico settentrionale: la biomassa è aumentata dell’800% nella zona subpolari, e del 150% nella zona temperata.

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