La corsa agli abissi. Fincantieri, Saipem e le miniere in fondo al mare

Miniere in fondo al mare. Accorfo fra Saipem e Fincantieri. L'impatto ecologico

Le miniere in fondo al mare sono l’ultima frontiera della caccia sempre più difficile alle materie prime. Le italiane Fincantieri e Saipem hanno firmato pochi giorni fa  un’intesa per analizzare le potenzialità dello sfruttamento minerario dei fondali marini oltre i 3.000 metri. E’ il cosiddetto deep sea mining.

Quasi contemporaneamente, 13 biologi e oceanografi hanno pubblicato su Trends in Ecology & Evolution una ricerca che avverte: finora si è sottovalutato l’impatto dello sfruttamento minerario sugli habitat delle profondità marine (foto). Non si sono comprese appieno la fragilità, la biodiversità, le dinamiche degli ecosistemi delle acque profonde. Verosimilmente, dice la ricerca, questi errori scientifici provocano stime errate dell’impatto ambientale delle miniere sottomarine.

Le profondità oceaniche custodiscono noduli polimetallici grandi come una patata (Manganese, Tellurio, Nickel, Cobalto, Ittrio, Tallio) e concrezioni di Ferro e Manganese. Le concentrazioni sono ben superiori a quelle che si trovano sulla terraferma.

Le aree meglio studiate in cui queste ricchezze sono presenti si trovano nell’Oceano Pacifico e nell’Oceano Indiano. Quando i giacimenti sono situati al di fuori  di una Zona Economia Esclusiva di un Paese costiero (di solito arriva a 200 miglia nautiche dalla costa), i permessi di sfruttamento sono gestiti dalla International Seabed Authority.

L’International Seabed Authority ha accordato 30 permessi per l’esplorazione mineraria sui fondali: complessivamente, 1,5 milioni di chilometri quadrati. Una corsa planetaria agli abissi.

Contemporaneamente, come rimarca la ricerca dei 13 biologi ed oceanografi, le profondità oceaniche superiori a 200 metri costituiscono più del 90% della biosfera. Ospitano gli ecosistemi più remoti e più estremi della Terra, supportano biodiversità e servizi ecosistemici di fondamentale importanza.

Le simulazioni finora effettuate per valutare l’impatto delle miniere in fondo al mare, dice la ricerca, non rispecchiano durata, intensità e ampiezza degli sfruttamenti minerari. Non calcolano il rumore e il disturbo ai sedimenti depositati sui fondali.

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